13-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Paturniosa-

martedì, 15 luglio 2008,10:01
Ecco il tredicesimo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.
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il david vero non è quello di piazzale michelangelo

di paturniosa



Caro Turista,
(No, un attimo. Caro e turista non possono stare nella frase, io li odio i turisti, soprattutto quelli che credono che il David di Michelangelo sia quello di piazza della Signoria oppure quello che guarda Firenze dall'alto di Piazzale Michelangelo) Ricominciamo.
Gentile turista che sai che il David è alla Galleria dell'Accademia, quello che ti offro è una giornata a Firenze da non turista.
La mattina il posto dove andare è il mercato di Sant' Ambrogio: gira per i banchini di verdura, vai a cercare la signora che tiene il banchetto con le borse vintage e i cappelli buffi, ascolta le chiacchiere e le prese in giro degli ambulanti, poi entra nel mercato vero e proprio (che ha la forma di mercato coperto di una volta), osserva il banco di salumi e formaggi, il macellaio coi macellai modelli, la bottega con mille cereali e legumi; davanti a questa bottega c'è un forno, ecco, fermati e fatti dare un sacchetto di coccoli al forno. Il mondo ti sembrerà più bello.
Finito il giro al mercato, esci e gira per il quartiere di Sant'Ambrogio e vai a vedere la sinagoga tutta rosa con la cupola verde rame.
Il quartiere di S.Ambrogio ti permetterà di immergerti in una Firenze senza quasi tuoi simili (turisti).
Forse troverai qualche turista sperso: ti si avvicinerà e ti chiederà: dov'è l'Arno? Tu guardalo e, con sorriso diabolico dagli la risposta sempreverde (ovvero: sempre dritto); poi lascialo al suo destino.
Passa la giornata così, prendi un gelato in Via dei Neri, e poi cerca di arrivare per il tramonto su Ponte Santa Trinita; portati una birra, accoccolati sui triangoli del ponte che si affacciano sul fiume e guarda il cielo di Firenze che sembra uscito da un quadro di
Raffaello. In quel momento capirai il motivo per cui questa città un po' stronza fa innamorare di lei, e capirai anche perchè la gente ci rimane, nonostante i turisti.
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12-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Spineless-

martedì, 01 luglio 2008,12:04
Ecco il dodicesimo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.
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turista per casa 

OVVERO
elogio scanzonato
della violazione di domicilio
 di Spineless


metti che il turista capita a casa mia.
che ne so.
ci son dei misteri come la vocazione che non si capiscono.
ci son delle vocazioni che son peggio dei misteri e allora non ci son cristi.
tipo se uno a un certo punto della sua vita medesima gli prende la vocazione di fare il pane farà il fornaio, non ci son cristi.
se uno all’improvviso nella medesima vita sua gli prende la vocazione di scrivere farà lo scrittore, o il giornalista o magari solo lo stenografo, ma non ci son cristi comunque.
se uno a un certo punto gli prende la vocazione di dire la messa farà il prete, e quello è l’unico caso in cui un paio di cristi ci sono, ma non divaghiamo, che si parlava di turisti.
tipo uno che a un certo punto dentro la sua vita personale intima gli prende la vocazione di fare il turista farà il turista.
non ci son cristi.
ma  uno che c’ha la vocazione di fare il turista mica si fa tanti scrupoli, e turisteggia un un po’ dove capita.
e allora metti che il turista capita a casa mia.
che sembrava un incipit senza senso e invece come si vede poi con la maieutica ci siamo arrivati in maniera assai convincente.

(che io c’ho la vocazione di spiegare le cose per filo e per segno, e non ci son cristi, giuro)

se il turista capita a casa mia, io ci volevo dire, al turista, come prima cosa di non far caso alla confusione che c'è, che quella è una cosa che a quanto pare va detta sempre, indipendentemente dal grado di disordine in cui versa l'ambiente

(per dire, c'era un tipo, un certo Barsottini di Lugano, che viveva sotto vuoto in una stanza quadrata completamente priva di oggetti, giusto quattro pareti in croce, eppure lo diceva lo stesso, alla gente che entrava "guarda, non far caso alla polvere")

poi ci volevo dire, al turista, di suonare il campanello, prima di entrare.
che innanzitutto la buona creanza.
lo faccio sempre anche io, quando torno a casa: vivo da solo, ma non si sa mai.
metti è entrato un ladro, non vorrei spaventarlo, piombando dentro così senza avvertire.

(ecco sì, ci volevo dire al turista, che se c'è il ladro, lo faccia uscire prima: che casa mia è così piccola che in due non ci starebbero)

l'interruttore è subito sulla sinistra.
no, non quello sul muro: quello è il salvavita beghelli

(ce l'ho messo per precauzione, nel caso diventassi vecchio e rimbambito all'improvviso e avessi bisogno di chiamare aiuto: l'ho collegato col numero di telefono del pakistano della via accanto, visto che, dopo attenta analisi, è risultato essere l'unico servizio veramente attivo 24 ore su 24, altro che la centrale di polizia)

dicevo.
l'interruttore è sulla sinistra, ma non sul muro, bensì quella cordicella che scende dal soffitto, come nelle vecchie abat-jour anni venti.
che poi avrei dovuto dire il primo interruttore.
visto che sparsi per la casa ce ne sono altri trentaquattro.
servon per fare i giochi di luce.
ci volevo dire infatti al turista, di non crederci a quello che gli dicono nelle scuole del cinema sui giochi di luce: i giochi di luce vuol dire avere due stanze e trentacinque interruttori.
così puoi divertirti con le varie combinazioni.
di stare attento, ci volevo dire però al turista.
che ce ne sono sette che in realtà non funzionano: son falsi interruttori, di quelli che li premi e non succede niente.
così, per destabilizzare un po' il sistema e rendere il tutto più intrigante quando meno te lo aspetti.

i libri son tutti in fila sulle mensole.
più in alto quelli già letti, più in basso quelli ancora da leggere, così il turista (metti si è dimenticato) non si sbaglia.
i dischi invece.
i dischi son sparsi un po' dappertutto, in rigoroso ordine di acquisto.
buona fortuna, ci volevo dire al turista, tutti quei dischi, se ne vuole cercare uno in particolare.

se il turista invece preferisce la musica fai da te la chitarra è sul letto, sdraiata sul lato di destra, quello della finestra: che quello di sinstra, dalla parte dell'armadio, sarebbe il lato mio, quando capita, e quindi dovrebbe essere vuoto.
dovrebbe.
può suonarla, il turista, se vuole: fa un po' la ritrosa sulle prime note, ma dopo un paio di accordi si scioglie.
consiglio un MI minore per entrare in confidenza.
l'unica gentilezza che ci volevo chiedere, al turista chitarrista, era di rimboccarle le coperte quando la rimette a posto.
che il legno si sa: se prende freddo o umido, si imbarca.

(e una chitarra imbarcata tende ad assomigliare ad un'arpa, con tutte le crisi di identità e le complicanze del caso)

il secondo cassetto del comodino invece, il turista è meglio se non lo apre.
a meno che non sia afflitto da sfiancanti problemi sentimentali.
in quel caso magari, può trovarci qualcosa di interessante.
son dei blocchetti di lettere prestampate, dieci per ogni confezione: lettere d'amore impersonali.
neutre, ma adattabili a un preciso ricordo.
pericolose in effetti, soprattutto nel caso che il turista in questione sia uno di quei turisti illusi che turisteggiano per dimenticare.
comunque, se dovessero servire ci dicevo al turista che può prenderne una a sua scelta: i contenuti abbracciano tutte le categorie e le terminologie amorose, con l'accuratezza però di rimanere sul vago, così da facilitare l'individuazione del proprio caso e intorno a quello far ruotare, con poche, opportune modifiche, le rimanenti nove lettere.
le ho scritte quando avevo ancora del tempo da perdere.
ho perso tutto il tempo che avevo a scriverle.
non so se funzionano: non mi era rimasto più tempo per provare.
mi faccia sapere, il turista, eventualmente.

comunque ci volevo dire, al turista, che se pensa sia necessario può aprire un po' le serrande, per far entrare qualche raggio di luce.
poca, però.
che la stanza non è abituata e poi le fanno male gli occhi.
e soprattutto di fare attenzione a non creare correnti d'aria, se apre le finestre, il turista.
che altrimenti poi la sabbia va in giro per tutta la casa.
la sabbia, sì.
quella che ho steso davanti al divano, per affondarci i piedi quando scendo

("dai divani si scende, perchè sui divani si sale, quasi mai ci si siede, sui divani; se trovate uno che sta sul divano tutto composto abbiate pietà di lui: o è paralizzato, o crede di essere a un colloquio di lavoro", come mi spiegava con la consueta arguzia il vecchio Corbezzi, l'altro giorno al bar, lui che ha fatto il disoccupato per trent'anni - poi è andato in pensione con il minimo sindacale - e di divani se ne intende)

l'ho riportata, tutta dentro millemila boccettine di vetro, da Praga, un posto

(lo dico per gli altri utenti casa&chiesa, che il turista, lui che viaggia, queste cose le sa)

che ancora non c'è il mare, ma si stanno attrezzando.


insomma.
il turista, metti capita a casa mia, faccia un po' come fosse a casa sua.
l'unica cosa, ci volevo chiedere un favore, al turista: se prima di andarsene mi lascia un bigliettino, così per salutare.

che me, se il turista metti capita, non mi trova sicuro: che io ormai, a casa mia son due anni che ci torno se va bene un paio d'ore la settimana, giusto il tempo che mi basta per dormire.



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11-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -j.-

martedì, 24 giugno 2008,12:22
Ecco l'undicesimo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.
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Perugia

di  joria

Quando ero piccola pensavo che Perugia non fosse una città ma un paesotto.
La gente della televisione non la nominava mai, quelli dei tg erano così impegnati a raccontare i fatti che avvenivano a Roma, Milano, Napoli e qualche volta ci mettevano anche Firenze, che io bambina in età da scuola elementare mi ero già fatta venire quella specie di complesso dell’esclusa proprio di chi non nasce-vive-e-cresce in una grande città. Tuttavia mi dicevo che poteva andarmi peggio, se nascevo a Sassetta o a Gambulaga non avrei avuto alcuna speranza di sentire pronunciare il nome della mia città in televisione.
Ecco, peggio del mio paesotto c’era il paesino, questo mi era chiaro.
Poi sono cresciuta e Perugia ha finalmente trovato il suo volto. Il suo volto secondo me, s’intende.
Per anni non è stata che un groviglio di strade, vicoli, salite e discese e sensi unici con al centro un unico meraviglioso snodo di vita: la stazione degli autobus in Piazza Partigiani. Oggi è un po’ cambiata a dir la verità, più moderna, sicuramente più pretenziosa, da grandi partenze e grandi addii, allora io mi accontentavo di un misero “a domani” per sognare come dentro a un cinema. Ma Piazza Partigiani era e resterà un punto di riferimento, basta dire che è stata il teatro metropolitano del mio secondo vero appuntamento. Si, perché il mio primo vero appuntamento è stato più scontato: Corso Vannucci, ma per noi perugini solo il Centro, esattamente in quel punto magico in cui il movimento continuo dei vaschisti -coloro che trascorrono i pomeriggi a fare le vasche, ovvero andare su e giù per il corso- sfocia lentamente in Piazza Italia e un po’ si disperde e un po’ si ricompone in direzione contraria, prende fiato e ti trascina con sé per affrontare un'altra vasca. E per anni mi sono chiesta dove si nascondesse la misteriosa forza di attrazione di quel luogo d’intersezione tra piazza e corso, in cui è quasi inevitabile non darsi appuntamento. Poi mi sono detta che doveva esserci qualcosa di simile a una congiunzione favorevole di pianeti, che magari c’entravano anche i transiti delle stelle e che ne so l’orientamento a ovest, boh.. ancora non l’ho scoperto, fatto sta che oltre al mio primo appuntamento, quello è un passaggio obbligato, non fosse altro che per guardare da lontano la Fontana Maggiore e il Duomo immersi nel moto composto della loro quotidianità. L’acqua che d’inverno si ghiaccia in mille forme diverse, gli spruzzi gelidi che se sbuchi fuori da Maestà delle Volte ti arrivano dritti in faccia nelle mattine ventose di gennaio, le amichevoli scalette del Duomo che si riempiono di studenti e turisti non appena un po’ di sole le riscalda e le tre direzioni che puoi prendere a seconda del tuo umore. Che a me è successo tante volte in questi anni, quando ho sentito il bisogno di guardare il mondo in chiave estetica, e spero che i Baustelle non me ne vorranno, sono scesa a sinistra della Fontana, giù fino a quella piazza di cui non ricordo mai il nome, ma poco importa, perché tanto non si può sbagliare, ho superato la Facoltà di Lettere e Filosofia e seguendo i vicoletti mi sono ritrovata ad ammirare dall’alto San Francesco al Prato, la Chiesa sulla destra e il prato sulla sinistra. Che puoi sentirti parte di qualcosa di più grande se lo guardi dopo una lezione all’università o anche semplicemente all’ora del crepuscolo, o come nel mio caso dopo essere stata lasciata.
La vita ovviamente non finì quel pomeriggio appoggiata a quel muretto con le guance rosse di sole, la vita proseguì tranquilla e Perugia divenne più mia, un senso d’appartenenza mi legò a questi posti, a questi sali e scendi continui, a questa realtà da  paesotto in cui si trova sempre un angolo per rifugiarsi, mi ricordo le panchine di pietra ai Giardini del Frontone e i biscotti di un discount al sapore di nostalgia, mi ricordo l’aria fresca di Porta Sole nelle serate calde senza fine d’agosto e le scalette dell’Acquedotto fatte col fiatone per arrivare in tempo a un appuntamento in centro, questo e altro è la mia città, l’importante è prenderla con filosofia.
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10-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Vincenzo-

martedì, 17 giugno 2008,11:18

Ecco il decimo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Io sono di Taranto

di Vincenzo Saverio Biondocenere Albano

Interlocutore tipo:"AH! Sei di Taranto...io ho fatto la visita militare a Taranto".
Io : (penso) " Che faccio? Chiedo com'è andata la visita militare? Gli chiedo se poi ha fatto la leva ? E se ha messo la firma per rimanerci? Che ne so! "
So solo che essere di Taranto richiama alla memoria situazioni militari...ma Taranto è di più, e bisogna vederla; il proverbio dice "Vedi Napoli e poi muori": scommettiamo che muori anche dopo aver visto Taranto? Sì, c'è un pò di DIOSSINA nell'aria, ma perchè allarmarsi? Facciamone un prodotto tipico!
E poi è la città dei due mari: uno è di scorta perchè l'altro è inquinato, ma se continuiamo di questo passo ce ne servirà un terzo.
Bisogna venire a Taranto perché ci sono le cozze più buone d'Italia; ora, per chi non sapesse cosa sono le cozze, sono dei molluschi che si nutrono filtrando il mare: in pratica è come mangiarsi in filtro dell'aspirapolvere, ma al sapore di mare.
Venite a Taranto perchè...perchè...Insomma, venite a Taranto solo se dovete fare la visita di leva!

categoria: biondocenere-vinci
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9-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Cicciorigoli-

giovedì, 05 giugno 2008,18:14

Ecco il nono racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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I come from Cirello

di Ciccio Saverio Baedeker Rigoli

 

Se le mete sconosciute sono il vostro pane, allora dovete vedere Cirello.
Sconosciuto perché spesso neanche gli abitanti dei paesi vicini sanno dov’è.
Cirello raccoglie 300 abitanti. 299, da quando io mi sono trasferito,  e nel mio paese  non ha alcun senso utilizzare la frase “Ma allora vi conoscete tutti”, perché più o meno siamo tutti parenti. O testimoni di nozze. O padrini di battesimo. O di comunione. Male che vada, ti conosci da quando avevi 3 anni.

Cirello si trova a 10 minuti da Gioia Tauro, 45 minuti da Reggio Calabria, 15 ore da Milano (almeno con Trenitalia), e per girarlo tutto ci vogliono 37 minuti . In realtà ciò che viene chiamato Cirello comprende le 4 frazioni del paese di Rizziconi chiamate Cirello Primo, Cirello Secondo, Cannavà e Cavallaro. Nessuno però li chiama mai così, perché si parla praticamente solo in dialetto e quindi diventano Ciredu, Davanda Ciredu, Cannavà e Cavadaru. Anche l’impiegato della Posta, che tutti chiamano “Il Capo della Posta” parla esclusivamente in dialetto. L’unica che ogni tanto usa l’italiano è mia madre, che però è maestra e quindi esonerata.

A me Cirello piace, e sono sicuro piacerebbe anche a voi. Potreste scoprire le sue viuzze, amichevolmente chiamate “rughe” (dal francese rue), i cui abitanti spesso sono tutti parenti. Per farvi un esempio, nella ruga dove abitano i miei genitori troverete in sequenza Nonna Concetta, Zia Teresa e Zio Ciccio, i miei cugini Santina e Nando, Zia Catina e Zio Vincenzo, i cugini Mommo e Pina, Zio Rocco e Zia Pina.

Unico avvertimento: è inutile che proviate ad arrivarci col navigatore TomTom. Probabilmente, digitando Cirello, comparirebbe “Destinazione sconosciuta”. Probabilmente anche domandando a qualcuno dei dintorni vi risponderebbe “Destinazione sconosciuta”. Fate una cosa, chiedete a me, che magari vi spiego. Occhi aperti però, potreste passarci in mezzo senza neanche accorgevene. Facciamo così allora. Se qualcuno vuole venirci questa estate, ci mettiamo d’accordo e mi date anche un passaggio. Oppure vi do il numero dei miei, che sono molto ospitali. Due anni fa hanno ospitato due giapponesi. E questo credo che per i miei rimarrà il record imbattuto di ospitalità.

Sto aspettando che in allegato con “Repubblica” esca la Lonely Planet su Cirello. Occuperebbe un foglio solo.
categoria: cicciorigoli
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8-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: Daiquirius-

martedì, 27 maggio 2008,11:44
Ecco l'ottavo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Atacama
di Daiquirius

Non voglio vedere le torri e i castelli, i parchi né i musei. Non mi interessa la cultura, non provo emozioni al cambio della guardia, il Taj Mahal risveglia appena un velo di ammirazione. Il viaggio di oggi lo cammino nell’immaginazione, che come mezzo di trasporto non c’è male. Mi sposto sempre più a ovest, e un po’ a sud, in cerca di una terra talmente desolata da far sembrare il mio cuore, vuoto, ricolmo e rigoglioso di fiori amari. Il deserto è quello che cerco, il deserto e le sue sabbie e pietre mi chiamano, oggi. Rispondo col passo sicuro del viandante consumato, la bisaccia piena di calma speranza. Sotto un sole spietato la mia ombra si proietta sul terreno bianco, bianco come gesso, o meglio come zolle di sale screpolate dal calore. In cerca di un miracolo cammino, un piede davanti all’altro, senza fretta. Lascio che cuore e anima si svuotino sempre di più come una tazza di tè che strabocca e deve trovarsi vuota prima di essere nuovamente riempita. È una notte di fine marzo quando trovo una roccia dietro cui ripararmi dal vento che odora di salnitro, le stelle non si contano, la luna non è ancora sorta. Spero che non venga, stanotte, voglio il buio mentre aspetto. C’è vita pure qui, il luogo dove non piove mai, in cui la rugiada è solo un sospetto, per pochi minuti al mattino. Aspetto. Resto in piedi, gli scorpioni non mi impensieriscono; neanche un ululato che non sia quello del vento disperato e asciutto. Il cielo fa il suo giro lento e non una lacrima mi viene strappata, neppure il gelo che mi intorpidisce può domare un cuore assetato. Manca poco al sorgere dell’alba, le prime sciabolate di luce disegnano strane forme lassù, mentre colpiscono l’umidità rarefatta che arriva dal mare. E in pochi istanti il deserto si dipinge dei milioni di sfumature del rosso. Migliaia di radici che hanno dormito per un anno stanno esplodendo per catturare la rugiada, solo per oggi, gridano i loro petali di sfida verso il cielo lattiginoso, vivono per poche ore un’intera vita. Dopo poche ore, il sole li ha già bruciati e il vento li ha spazzati via. Li porto con me, e non penserò più che la vita non basta mai. Le rose di Atacama si sono trapiantate nel mio sangue, e poco importa che non sia mai stato laggiù per davvero. I loro frutti, le mie lacrime, scendono reali dagli occhi, a colmare quel che c’era di vuoto.
categoria: daiquirius
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7-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -psicotica-mente-

giovedì, 15 maggio 2008,19:34
Ecco il settimo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Perugia
di psicotica-mente

"Il vento mi dà pace e la fontana
rumorosa l'oblio. E intanto penso
ricominciare. E sosto in questa piazza
ove il popolo sosta a me dintorno."

Sandro Penna


Tutte le volte che stai per partire fremi dalla voglia di lasciarla e ti ripeti: “Me ne vado da Perugia, era ora.”. Quando sei sul punto di tornare, magari in aeroporto che aspetti il tuo bagaglio, chiudi gli occhi e sogni casa, anche se non c’è il mare e se i tuoi concittadini sono arroccati come il luogo che ha dato loro i natali. Sogni di arrivare all’uscita di Piscille e di vedere la galleria e via Assisana dalla superstrada. Esci al primo svincolo perché vuoi fare un giro per la città. Perché devi sapere cos’è successo durante la tua assenza, devi vedere le facce della gente che ti guarda con occhi spenti o curiosi o cattivi dai finestrini degli autobus o dalle automobili. Vedi la Fiat (ormai segreterie studenti), la rotonda e ti avvii per via Romana con quel viale di tigli che in autunno diventa una passeggiata romantica e terribilmente malinconica. Sali; sali fino all’Arco di San Costanzo e poi svolti a sinistra, decidi così, come sempre, perché ti piace vagare nel silenzio di Via Roma di pomeriggio, non c’è mai nessuno. Corri lungo Viale Indipendenza mentre quasi vai in cerca di una multa nella ZTL, la eviti solo perché a quell’ora le telecamere non funzionano. Arrivi in cima, finalmente e dal Belvedere godi della vista più suggestiva della città. Ti si stende ai piedi la campagna umbra, i colli assisani e se guardi bene vedi il Subasio che sembra sorridere al sole. Vedi San Pietro che svetta e San Domenico lo precede. Se poi parcheggi la macchina in Piazza Matteotti e fai una vasca per il Corso e hai il coraggio di arrancare, arrivando fino in fondo, ti aspettano le mura a Porta Sole, dove ognuno di noi perugini ha guardato almeno una volta il tramonto col rispettivo accompagnatore o ha bevuto una birra l’estate con gli amici. E aspetti la sera, quando tutti si ritrovano al Curdo per un rhum e pera. O al Mania, vicino alla Fontana e alle scalette del Duomo, ristoro per le fatiche della giornata. E se senti un odore di cornetto e cioccolata e forno ti fai ingoiare da via dei Priori e ti aspetta l'Accademia. E poi risali le vie tortuose e ripide, passando per Piazza Morlacchi, senti il vento sulla pelle e la vedi, la tua città di notte, con le luci e il tepore estivo o il gelo invernale.

E la ami, e sai che non potrai mai distaccartene completamente perché sei suo figlio e lei è tua madre.

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6-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Automatic-

mercoledì, 07 maggio 2008,15:43
Ecco il sesto racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Bologna
di Automaticblogstar

Oh, Bulåggna!
Bologna è centro storico, le Due Torri, l’Università, San Petronio e San Luca. E ancora prima città Medioevale, poi i Celti, gli Etruschi, i Romani.
Ma non è una città per un turista veloce: Bologna va vista con lentezza, va annusata ad occhi chiusi.
Perché il meglio di Bologna è nel suo grande cuore e il suo cuore è racchiuso nei piccoli particolari che sfuggono all’occhio impaziente, ma che rimangono in attesa di chi ha voglia di scoprirli uno a uno. Bologna è anche le persone di Bologna. Gli ‘omarelli’ e le ‘zdore’. I negozietti, i portici.
Bologna va osservata di sbieco; di Bologna vanno colte le prospettive fra gli incroci dei vicoletti e la sontuosità dell’architettura. Le prospettive le create voi, a piccoli passi, con piccoli spostamenti da un lato all’altro delle strade.
A Bologna puoi star certo che dovunque tu vada ti troverai come a casa, perché Bologna è una città mamma, che ti consente di perderti fra le mezze luci e di ritrovarti all’improvviso in una piazza che ti toglie il fiato.
Quello che vi posso dire, se volete visitare la mia bellissima città è di partire da un punto qualunque del centro storico, anche dalle Due Torri stesse se volete, e dopo aver percorso i quasi 500 scalini ingannatori fermatevi e incantatevi a guardare il panorama di un territorio urbano che offre all’occhio attento la sua storia con orgoglio.
Ai piedi delle Torri scegliete una stradina, sono tutte belle e incantatrici. Strada Maggiore vi accompagna in giro per negozietti. Alzate gli occhi e godete dei portici in legno e.. attenzione: le frecce ci sono, aguzzate la vista.
Via San Vitale, attenti alle scale. A metà circa, sulla vostra sinistra, c’è un negozietto di pasta fresca. Ci potete comprare i tortellini, li fanno ancora a mano.
Via Zamboni vi catapulta nella zona universitaria e ci trovate un sacco di gente particolare. Tappa obbligata al’Irish e al Transylvania per una bevuta fra amici.
Via dei Giudei è la soglia del Quartiere Ebraico. Lo riconoscete dai nomi particolari delle strade (Vicolo dell’Oca, Via dell’Inferno) e dai colori. Qua e in nessun altro posto le case sono color pastello. Rosso, giallo. Osservate gli ‘sporti’, antesignani dei portici.
Ah, i portici.. buttatevi in Via Rizzoli, se volete vederne qualcuno di quelli più moderni’ e da Via Rizzoli potete lanciarvi nello shopping di Via Indipendenza oppure rilassarvi un po’ all’ombra del Nettuno. La statua del Nettuno ha un segreto, va vista da lontano, sulla destra, di sbieco.
Piazza Maggiore ne ha un altro di segreti: osservate San Petronio sui due lati. E’ tronca. Colpa del Papa, sapete, stava per diventare più grande di San Pietro.
Le finestre che danno sulla Piazza sono bellissime, non le perdete. E nemmeno Palazzo Re Enzo! E’ una storia romantica, quella di Re Enzo, fatevela raccontare da un bolognese qualunque.
I portici di fronte a San Petronio hanno un altro segreto: mettetevi in due sotto l’arco, nell’incrocio delle gallerie, ai lati opposti, e sussurrate al muro.  E chiacchierate.
Ah! ‘La Torinese’ fa la cioccolata in tazza con panna migliore del mondo.
Via Castiglione. Oh, Via Castiglione. Portici in legno, intrico di stradine. Piazza della Mercanzia. Santo Stefano e la sua piazza. Vi prego, non camminate. Muovete un passo per volta e in direzioni diverse. E osservate gli scorci delle varie visuali che si vengono a creare.
Se conosceste Bologna vi accorgereste anche che ci sono scorciatoie per arrivare da un posto all’altro che passano in mezzo a cortili interni dentro palazzi che sembrano inespugnabili.
Siete circondati. Ogni strada vi incanalerà in una porzione della città completamente diversa dalle altre. Non scherzo, eh? E’ proprio così. Non è magia. Ed è solo una piccola, piccola parte delle emozioni che Bologna sa farvi provare.
Quello che posso consigliare a chi vuole visitarla è di farlo a piedi, con calma, lasciandosi guidare dalle forme, dai colori. Poi chiudete gli occhi e annusatela. Vedrete che mancherà anche a voi, quando ve ne andrete.
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5-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Flaviohky-

domenica, 27 aprile 2008,20:52
Ecco il quinto racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Berlino
di FlavioHki



Una volta un amico mi diede questo giudizio di Berlino: fa freddo, ci si mangia male ed é lontano dal mare. Giudizio ineccepibile, soprattutto se, come il mio amico, vieni da uno di quei paesoni in riva al mare non lontani da Roma: per lui una temperatura inferiore ai +15 é polare, si sente male se passa piú di 8 ore lontano dalla spiaggia ed é abituato alla fettina panata della mamma (rigorosamente con contorno di cicoria ripassata) e all'alimentari sotto casa.

Il giudizio é ineccepibile se non sei in grado di vedere piú in lá del tuo naso, ma la caratteristica di Berlino é proprio quella di essere tutto quello che é al di lá del tuo naso, cioé é tutto quello che cerchi di diverso da ció che per te é normale. E non esistono due persone che pensino di Berlino la stessa cosa, perché la cittá é, come si dice, tutto ed il contrario di tutto. E senza mai cadere in contraddizione (ma guarda un po')!
Siate eleganti cosmopoliti malati di spleen borghese nei grandi magazzini a Ku'damm o a Friedrichstraße, siate turisti con macchina fotografica al collo e Baedeker sotto l'ascella (se non fa troppo caldo) lungo l'Unter den Linden, a Potsdamerplatz e alla porta di Brandeburgo, siate snob, trendy e alternativi tra le boutique di Häckescher Markt e Alexanderplatz, la sera siate trasgressivi nei club underground di Prenzlauerberg o romantici nei deliziosi ristorantini di Schöneberg, cercate la quiete per i viali fragranti di castagni in fiore a Wilmersdorf o compagnia per una notte a Oranienburgerstraße e poi mangiate il dürüm a Kreuzberg. Non sentirete freddo, non vi mancheranno le lasagne della nonna e non penserete ad andare al mare!
Alla Neue Nationalgalerie mediterete, girandoci intorno come a uno stupa tibetano, sulle fragilitá dell'umana condizione e troverete salvifica estasi ventrale all'interno della Philharmonie. L'una tempio greco eretto in vetro e acciaio e l'altra santuario scavato nella roccia.

4-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Veramatta-

lunedì, 21 aprile 2008,22:36
Ecco il quarto racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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ELOGIO DEL TRAM
Ovvero
CIÒ CHE IL TURISTA NON PUÒ PERDERE
A TORINO

di veramatta

Torino è troppo bella; bella da vivere, non solo da vedere e visitare.
Perciò, o turisti, dopo i percorsi di rito -i quattro passi e il gelato al Quadrilatero, in quelle strade chiare di intonaco e pietra; dopo la visita al Museo Egizio e una breve passeggiata fra i colori caldi e terrosi dei mattoni di Piazza Carignano; dopo aver pestato le palle del toro in piazza San Carlo –ché porta bene; dopo le vetrine fra le colonne verdi e razionaliste di via Roma, prendete il tram.
Preferibilmente, non un tram qualsiasi.

Una buona opzione potrebbe essere il Quindici.
Il Quindici ha un percorso lungo, eterno, infinito, e attraversa tutto il centro di Torino. Via Vanchiglia piena di tote che fan la spesa. I portici di via Po con la gente che fa le vasche. Piazza Castello Palazzo Madama Palazzo Reale San Lorenzo la cappella della Sindone (ella fu) e perché no, anche il Dito, che ha un suo perché. La diagonale di via Pietro Micca con i palazzi in stile revival. Via Arsenale che a ogni traversa a est vedi la collina e le montagne a ovest. E la Crocetta con il mercato, i corsi alberati e le ville da ricchi, e il Politecnico, e piazza Sabotino, e poi giù per l’animatissima via Monginevro, fino al deposito tranviario San Paolo, con quella lunghissima prospettiva di travi reticolari che si perde nel buio…

Ma ancor meglio del Quindici è il tram numero Sedici.
Il Sedici è il mio preferito. Prima di tutto perché è arancione e vecchiotto, con le sedute in legno, tutto sferragliante. Poi perché è un mezzo circolare. Non so se mi spiego. Potete salire sul Sedici in un qualsiasi punto del suo percorso e girare, girare, girare, girare all’infinito –premurandovi solo di trasbordare sul tram in partenza in Piazza Sabotino.
E girando girando si passa in mezzo al mercato di Porta Palazzo, e i passeggeri sono vocianti e multietnici. Poi i Giardini Reali e la Mole e Palazzo Nuovo, e i passeggeri diventano studenti alternativi. Poi, Piazza Vittorio, e la Gran Madre da una parte e via Po tutta bianca dall’altra, e i passeggeri neanche li vedete perché siete impegnati ad ammirare la collina e il fiume e quella splendida luce dorata. E lassù in cima si intravede persino Superga, che se ci si vuol salire c’è il trenino a cremagliera che ci si arrampica, ancora meglio del tram. Poi la scritta DENTISTA dipinta sopra un portone di via Bonafous, e vi sembra di essere nel libro Cuore. Poi il Po e il Monte dei Cappuccini, e il parco del Valentino, enorme, con il castello turrito e bianco coi tetti neri spioventi. Lì scendono i passeggeri muniti di computer e tubo per i disegni. Ma il Sedici ancora prosegue, e gira in via Valperga Caluso, stretta stretta e sempre intasata di automobili. Scendono gli studenti di Fisica, Medicina, scendono le studentesse della scuola magistrale tutta coperta di dediche CICCI TI AMO TORNA DA ME TUO BATUFFOLO, scendono le vecchiette –ché quelle ci sono sempre, lungo tutto il tragitto. Date un’occhiata a quella splendida vetrina di liuti e ghironde. Approfittate del sicuro intasamento per sbirciare la madama che si trucca nello specchietto retrovisore, il giovane rampante che digita un sms con la mano destra e manovra il cambio con la sinistra, il monsù col cappello, che viene da Moncalé, seduto tanto basso che da fuori gli vedi solo la testa e le mani strette sul volante e le buste di plastica del mercato. Assaporate il brivido del tamponamento sfiorato, godetevi il tranviere che, tirato giù il finestrino, si produce in un repertorio dei migliori insulti locali: “Boia faus, varda mac ante ch’et vai, badòla! Prossima volta non freno, vedi che patèla, gadàn…”
Improvvisamente il Sedici si impenna –è il cavalcavia di corso Sommelier. Arranca su su fino in cima, e una volta lassù potete vedere i binari e Porta Nuova glassata di bianco e rosa, e le Alpi! Il Monviso! E subito il Sedici si rituffa a capofitto giù in mezzo al traffico, e di nuovo la chiesa della Crocetta, i corsi alberati, le ville. E di nuovo il Politecnico, ancora studenti, con gli occhiali e lo zaino, e Politecnico, e studenti dai capelli impomatati, e ancora Politecnico, e studenti griffati e superfashion, e studenti normali, e studenti depressi, e studenti ridacchiosi.
Poi piazza Sabotino; e là, se volete, il giro ricomincia.

Se venite a Torino, non perdetevi il tram.