5-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Flaviohky-

domenica, 27 aprile 2008,20:52
Ecco il quinto racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Berlino
di FlavioHki



Una volta un amico mi diede questo giudizio di Berlino: fa freddo, ci si mangia male ed é lontano dal mare. Giudizio ineccepibile, soprattutto se, come il mio amico, vieni da uno di quei paesoni in riva al mare non lontani da Roma: per lui una temperatura inferiore ai +15 é polare, si sente male se passa piú di 8 ore lontano dalla spiaggia ed é abituato alla fettina panata della mamma (rigorosamente con contorno di cicoria ripassata) e all'alimentari sotto casa.

Il giudizio é ineccepibile se non sei in grado di vedere piú in lá del tuo naso, ma la caratteristica di Berlino é proprio quella di essere tutto quello che é al di lá del tuo naso, cioé é tutto quello che cerchi di diverso da ció che per te é normale. E non esistono due persone che pensino di Berlino la stessa cosa, perché la cittá é, come si dice, tutto ed il contrario di tutto. E senza mai cadere in contraddizione (ma guarda un po')!
Siate eleganti cosmopoliti malati di spleen borghese nei grandi magazzini a Ku'damm o a Friedrichstraße, siate turisti con macchina fotografica al collo e Baedeker sotto l'ascella (se non fa troppo caldo) lungo l'Unter den Linden, a Potsdamerplatz e alla porta di Brandeburgo, siate snob, trendy e alternativi tra le boutique di Häckescher Markt e Alexanderplatz, la sera siate trasgressivi nei club underground di Prenzlauerberg o romantici nei deliziosi ristorantini di Schöneberg, cercate la quiete per i viali fragranti di castagni in fiore a Wilmersdorf o compagnia per una notte a Oranienburgerstraße e poi mangiate il dürüm a Kreuzberg. Non sentirete freddo, non vi mancheranno le lasagne della nonna e non penserete ad andare al mare!
Alla Neue Nationalgalerie mediterete, girandoci intorno come a uno stupa tibetano, sulle fragilitá dell'umana condizione e troverete salvifica estasi ventrale all'interno della Philharmonie. L'una tempio greco eretto in vetro e acciaio e l'altra santuario scavato nella roccia.

4-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Veramatta-

lunedì, 21 aprile 2008,22:36
Ecco il quarto racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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ELOGIO DEL TRAM
Ovvero
CIÒ CHE IL TURISTA NON PUÒ PERDERE
A TORINO

di veramatta

Torino è troppo bella; bella da vivere, non solo da vedere e visitare.
Perciò, o turisti, dopo i percorsi di rito -i quattro passi e il gelato al Quadrilatero, in quelle strade chiare di intonaco e pietra; dopo la visita al Museo Egizio e una breve passeggiata fra i colori caldi e terrosi dei mattoni di Piazza Carignano; dopo aver pestato le palle del toro in piazza San Carlo –ché porta bene; dopo le vetrine fra le colonne verdi e razionaliste di via Roma, prendete il tram.
Preferibilmente, non un tram qualsiasi.

Una buona opzione potrebbe essere il Quindici.
Il Quindici ha un percorso lungo, eterno, infinito, e attraversa tutto il centro di Torino. Via Vanchiglia piena di tote che fan la spesa. I portici di via Po con la gente che fa le vasche. Piazza Castello Palazzo Madama Palazzo Reale San Lorenzo la cappella della Sindone (ella fu) e perché no, anche il Dito, che ha un suo perché. La diagonale di via Pietro Micca con i palazzi in stile revival. Via Arsenale che a ogni traversa a est vedi la collina e le montagne a ovest. E la Crocetta con il mercato, i corsi alberati e le ville da ricchi, e il Politecnico, e piazza Sabotino, e poi giù per l’animatissima via Monginevro, fino al deposito tranviario San Paolo, con quella lunghissima prospettiva di travi reticolari che si perde nel buio…

Ma ancor meglio del Quindici è il tram numero Sedici.
Il Sedici è il mio preferito. Prima di tutto perché è arancione e vecchiotto, con le sedute in legno, tutto sferragliante. Poi perché è un mezzo circolare. Non so se mi spiego. Potete salire sul Sedici in un qualsiasi punto del suo percorso e girare, girare, girare, girare all’infinito –premurandovi solo di trasbordare sul tram in partenza in Piazza Sabotino.
E girando girando si passa in mezzo al mercato di Porta Palazzo, e i passeggeri sono vocianti e multietnici. Poi i Giardini Reali e la Mole e Palazzo Nuovo, e i passeggeri diventano studenti alternativi. Poi, Piazza Vittorio, e la Gran Madre da una parte e via Po tutta bianca dall’altra, e i passeggeri neanche li vedete perché siete impegnati ad ammirare la collina e il fiume e quella splendida luce dorata. E lassù in cima si intravede persino Superga, che se ci si vuol salire c’è il trenino a cremagliera che ci si arrampica, ancora meglio del tram. Poi la scritta DENTISTA dipinta sopra un portone di via Bonafous, e vi sembra di essere nel libro Cuore. Poi il Po e il Monte dei Cappuccini, e il parco del Valentino, enorme, con il castello turrito e bianco coi tetti neri spioventi. Lì scendono i passeggeri muniti di computer e tubo per i disegni. Ma il Sedici ancora prosegue, e gira in via Valperga Caluso, stretta stretta e sempre intasata di automobili. Scendono gli studenti di Fisica, Medicina, scendono le studentesse della scuola magistrale tutta coperta di dediche CICCI TI AMO TORNA DA ME TUO BATUFFOLO, scendono le vecchiette –ché quelle ci sono sempre, lungo tutto il tragitto. Date un’occhiata a quella splendida vetrina di liuti e ghironde. Approfittate del sicuro intasamento per sbirciare la madama che si trucca nello specchietto retrovisore, il giovane rampante che digita un sms con la mano destra e manovra il cambio con la sinistra, il monsù col cappello, che viene da Moncalé, seduto tanto basso che da fuori gli vedi solo la testa e le mani strette sul volante e le buste di plastica del mercato. Assaporate il brivido del tamponamento sfiorato, godetevi il tranviere che, tirato giù il finestrino, si produce in un repertorio dei migliori insulti locali: “Boia faus, varda mac ante ch’et vai, badòla! Prossima volta non freno, vedi che patèla, gadàn…”
Improvvisamente il Sedici si impenna –è il cavalcavia di corso Sommelier. Arranca su su fino in cima, e una volta lassù potete vedere i binari e Porta Nuova glassata di bianco e rosa, e le Alpi! Il Monviso! E subito il Sedici si rituffa a capofitto giù in mezzo al traffico, e di nuovo la chiesa della Crocetta, i corsi alberati, le ville. E di nuovo il Politecnico, ancora studenti, con gli occhiali e lo zaino, e Politecnico, e studenti dai capelli impomatati, e ancora Politecnico, e studenti griffati e superfashion, e studenti normali, e studenti depressi, e studenti ridacchiosi.
Poi piazza Sabotino; e là, se volete, il giro ricomincia.

Se venite a Torino, non perdetevi il tram.

3-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: -Spic-

venerdì, 18 aprile 2008,15:33
Ecco il terzo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Lisbona
di Spic

(per un inconsapevole M., o più propriamente I., se mai capitasse da queste parti: è la teoria degli zainetti...)


Arriverai a Lisbona ma sarai già sull'oceano, e ne sentirai il respiro.

qui dove il mare finisce e la terra comincia
qui, dove il mare è finito e la terra attende *

Lo sentirai nella Praza do Comerçio: davanti l'acqua, e l'altra riva lontana, alle spalle il quartiere della Baixa, un reticolo di ampie strade ortogonali che è come uno scherzo in mezzo al caos degli altri quartieri, a destra e a sinistra, arrampicati sulle colline e labirintici ognuno a modo loro. La Baixa è una pausa di riflessione, un tavolino ordinato in mezzo ad un banchetto nuziale all'una di notte, musica balli bicchieri rotti salvietti spiegati per terra invitati ubriachi stravaccati intorno. E infatti solo per finta è il centro della città: percorrerai la strada pedonale che porta dritta al Rossio, al teatro, alla stazione, tra gli alberghi e i fast food per turisti, e passerai in mezzo ai palazzi ricoperti di ipnotici azulejos, passerai davanti ai negozi, e tutto si sarà dato appena appena una mano di trucco per te straniero. Ci sono ancora i panni stesi ad asciugare, ci sono ancora i vecchietti tutti neri seduti a giornate su una seggiola rotta, ci sono le puttane, ad ogni ora del giorno, di ogni nazionalità. I tram di legno sferragliano per la città accanto ai quelli più moderni trasportando lisbonesi - d'estate i bambini appesi fuori per gioco pericoloso e per non pagare la corsa -, la vecchia ferramenta accanto alla grande catena d'abbigliamento, il minimercato con le verdure e i baccalà appesi accanto alla Benetton, la vita vera indifferente a te accanto ad ogni vetrina.
Ne sentirai il respiro salendo sulle colline. Da una parte il Castello e l'Alfama, l'unico quartiere sopravvissuto al terremoto: fuori dalla porta stretta dei ristorantini la padrona cuoce la carne su una griglia di fortuna, e sopra di te le donne chiacchierano cantando - il portoghese non è una lingua, sono note, è "balenese", come direbbero Dory e il padre di Nemo, è una sirena che si lamenta con la voce grossa - da una finestra all'altra. Dal Castello ti sembrerà di abbracciare tutta la città, fino ai piloni colosso di Rodi del ponte del 25 Aprile, verso Belem, fino al quartiere dell'Expo, sull'altro lato, e ti sembrerà di poter arrivare ovunque saltellando sui tetti.
Dall'altro lato, il Chiado e il Bairro Alto, i quartieri del divertimento e dei locali aperti fino all'alba: la Lisbona degli studenti e degli artisti. Ma ti basterà camminare un altro po', scendendo verso la Cais do Sodrè, e sarai in mezzo al mercato del pesce, con il pavimento bagnato per il ghiaccio che si scioglie e l'odore insopportabile del sangue, e ritroverai il vecchietto nero, che riposa accanto al banco lasciando al figlio l'incombenza di vendere i merluzzi, dopo averlo fatto per cinquant'anni.
Una chiesa barocca, un palazzo con le finestre rotte, un edicola all'angolo.
All’Expo sognerai qualcosa del genere per le periferie italiane. A Belem farai l’amore con il monastero di San Girolamo sdraiato di fronte al mare, mangiando una pasteis appena sfornata, con la crema calda nella sfoglia croccante, cullato dal vento. Respirerai di nuovo. Respirerai sempre.
Quando mangerai baccalà e berrai vino e riderai nonostante il fado struggente che risuona tra i vicoli, quando ti riparerai da una pioggia improvvisa giù per gli scalini di una caffetteria fumosa, quando avrai salito milioni di gradini e non vedrai ancora la cima della collina ma sarai più in alto di quanto tu sia mai stata, quando ti poserai stanca sui gradini di una chiesa e con i capelli davanti agli occhi guarderai l'oceano inaspettato davanti.

Intorno a te
facce di muta cera così com'è normale immaginare chi vede sempre da sempre ultimo la sera e se ha già visto non è neanche stanco di guardare**



*L'anno della morte di Ricardo Reis di Saramago

**Lusitania di Ivano Fossati

2-Concorso: "Quello che il turista deve vedere" - Toso-

mercoledì, 16 aprile 2008,21:27
Ecco il secondo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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LE GUIDE PRATICHE DEL TURISTA POCO CONFORMISTA. PERDERSI A LA SPEZIA
Toso70

Perdersi a La Spezia, è necessario premettere, non è facile. La città è moderatamente poco popolata, non superando le centomila anime insoddisfatte, e l’intreccio delle vie generalmente prevedibile. Tuttavia il turista poco conformista, seguendo alla lettera i dettami della guida, può efficacemente vagare senza meta e quindi godere a pieno di ciò che la città offre. Perché, come disse H.J. Terringer, creatore della collana editoriale nonché noto viaggiatore dell’inconscio: “smarrire la via significa ritrovare il percorso del poco attendibile e a volte anche le migliori osterie della zona”.
Arrivate quindi nel centro della città o dove secondo il vostro fallace intuito pensate si trovi il centro, cercate una fontana, un monumento o anche una panchina qualunque, girate qualche minuto a mo’ di trottola e quindi partite, rigorosamente a piedi. La Spezia è moderatamente costellata di piccoli luoghi interessanti sconosciuti ai più. Vagando casualmente per le vie, non sarà difficile riconoscerli ed apprezzarne le qualità. Evitate di chiedere (è una questione di orgoglio personale!), ma ascoltate il vociare dei cittadini: tra un lamento e l’altro potrete intuire dove trovare la migliore farinata di ceci o il fritto di mare più allettante. Fermatevi spesso e cambiate punto di osservazione. Se necessario sdraiatevi e guardate su, in alto. Non mancheranno le sorprese. Diffidate degli autobus con i numeri bassi, ma salite convinti su quelli con i numeri a più cifre, meglio se accompagnati da una lettera. Vi porteranno nei luoghi più inconsueti ! Scordatevi di trovare una bici a noleggio, anni fa furono introdotte delle bighe elettriche per i turisti (ah, l’ingegno dello spezzino!), ma le batterie duravano poco e furono rapidamente dismesse. Vi garantiamo (e sapete che la qualità di questa collana è il nostro punto d’orgoglio) che troverete ottimi ristoranti, musei sorprendenti, castelli e biblioteche, locali dove trovare (a volte) ottima musica, negozietti sfiziosi. Il tutto è efficacemente nascosto, ma si sa… siamo liguri !
E per finire ricordatevi che il vero turista poco conformista deve essenzialmente essere guidato dagli ormai famosi tre dettami del nostro maestro nonché primo direttore della guida H.J. Terringer: naso per aria, mano sul mento, occhio vagante!

1-Concorso: "Quello che il turista deve vedere" - Pellys-

mercoledì, 16 aprile 2008,21:18
Ecco il primo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.

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Genova
di Pellys

La mia città è Genova, repubblica marinara.
Se Venezia era “La Serenissima”, Genova era invece “La Superba”, perché superba e fiera è la sua bellezza, nascosta agli occhi di chi non sa guardare.
Genova si srotola per quarantatrè chilometri, stretti tra il mare e la collina.
A Genova c’è poco spazio, però il suo centro storico è il più esteso d’Europa.

Il posto più bello di Genova si chiama Belvedere di Montaldo, e sta sulla collina che domina il porto. Dato che le strade sono salite e discese, e che le poche in piano sono trafficatissime, per arrivarci è meglio passare nella collina. I trasporti pubblici prevedono infatti una serie di funicolari e –attenzione- anche alcuni splendidi e vecchissimi ASCENSORI in legno.
Da via Balbi si percorre la galleria Garibaldi, e, una volta arrivati a metà, si entra in un corridoio laterale.
Alla fine del corridoio, due ascensori. Si timbra il biglietto dell’autobus, perché in fondo si sta per prendere un normale mezzo pubblico, e ci si siede sulle panchine in legno.
Dopo due minuti si è in collina, nella parte bassa che sta sotto Corso Firenze.

Usciti dalla stazione dell’ascensore e fatti pochi passi, la città si stende davanti a te.
E’ una meraviglia senza pari.
I carruggi minuscoli visti dall’alto, e poi San Lorenzo e Palazzo Ducale, e il porto poco più in giù.
C’è una leggera brezza, e quella nebbiolina iridescente che sale dal mare quando lo si osserva in controluce. Il sole abbaglia.
Quarto è laggiù, qualche chilometro a sinistra di molti anni fa. Nelle giornate di vento si sente l’eco lontano dei Mille, che il 5 maggio del 1860 salparono da qui verso l’Italia ancora da fare.

Genova, le tue strade antiche, che nulla c’entravano col G8, eppure in quel luglio indomito e maledetto sono state violentate da più parti.
Genova e il fornaio del porto antico, che oggi quassù al belvedere ti sei portato un pezzo della sua Recco e ti senti un re.
Genova io laggiù sento Fabrizio cantare, perché da qui si scorge via del Campo.

Superba tu lo sai che, in ogni caso, le mie radici sono qui e io non me lo dimentico.

E il sole tramonta, su questa città.
Chissà dove sei, Cristoforo, partito da una Genova di mille mesi fa, per partire ancora una volta dal Portogallo alla volta delle tue Indie, e morto senza che qualcuno ti dicesse che invece avevi scoperto l’America.
Il sole tramonta, Genova.
E in via del Campo c’è una puttana.
Gli occhi grandi color di foglia. Se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano.


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