8-Concorso: Quello Che il Turista deve Vedere: Daiquirius-
Ecco l'ottavo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.
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Non voglio vedere le torri e i castelli, i parchi né i musei. Non mi interessa la cultura, non provo emozioni al cambio della guardia, il Taj Mahal risveglia appena un velo di ammirazione. Il viaggio di oggi lo cammino nell’immaginazione, che come mezzo di trasporto non c’è male. Mi sposto sempre più a ovest, e un po’ a sud, in cerca di una terra talmente desolata da far sembrare il mio cuore, vuoto, ricolmo e rigoglioso di fiori amari. Il deserto è quello che cerco, il deserto e le sue sabbie e pietre mi chiamano, oggi. Rispondo col passo sicuro del viandante consumato, la bisaccia piena di calma speranza. Sotto un sole spietato la mia ombra si proietta sul terreno bianco, bianco come gesso, o meglio come zolle di sale screpolate dal calore. In cerca di un miracolo cammino, un piede davanti all’altro, senza fretta. Lascio che cuore e anima si svuotino sempre di più come una tazza di tè che strabocca e deve trovarsi vuota prima di essere nuovamente riempita. È una notte di fine marzo quando trovo una roccia dietro cui ripararmi dal vento che odora di salnitro, le stelle non si contano, la luna non è ancora sorta. Spero che non venga, stanotte, voglio il buio mentre aspetto. C’è vita pure qui, il luogo dove non piove mai, in cui la rugiada è solo un sospetto, per pochi minuti al mattino. Aspetto. Resto in piedi, gli scorpioni non mi impensieriscono; neanche un ululato che non sia quello del vento disperato e asciutto. Il cielo fa il suo giro lento e non una lacrima mi viene strappata, neppure il gelo che mi intorpidisce può domare un cuore assetato. Manca poco al sorgere dell’alba, le prime sciabolate di luce disegnano strane forme lassù, mentre colpiscono l’umidità rarefatta che arriva dal mare. E in pochi istanti il deserto si dipinge dei milioni di sfumature del rosso. Migliaia di radici che hanno dormito per un anno stanno esplodendo per catturare la rugiada, solo per oggi, gridano i loro petali di sfida verso il cielo lattiginoso, vivono per poche ore un’intera vita. Dopo poche ore, il sole li ha già bruciati e il vento li ha spazzati via. Li porto con me, e non penserò più che la vita non basta mai. Le rose di Atacama si sono trapiantate nel mio sangue, e poco importa che non sia mai stato laggiù per davvero. I loro frutti, le mie lacrime, scendono reali dagli occhi, a colmare quel che c’era di vuoto.







