1-Concorso: "Quello che il turista deve vedere" - Pellys-
Ecco il primo racconto che partecipa al concorso: Quello che il turista deve vedere.
La mia città è Genova, repubblica marinara.
Se Venezia era “La Serenissima”, Genova era invece “La Superba”, perché superba e fiera è la sua bellezza, nascosta agli occhi di chi non sa guardare.
Genova si srotola per quarantatrè chilometri, stretti tra il mare e la collina.
A Genova c’è poco spazio, però il suo centro storico è il più esteso d’Europa.
Il posto più bello di Genova si chiama Belvedere di Montaldo, e sta sulla collina che domina il porto. Dato che le strade sono salite e discese, e che le poche in piano sono trafficatissime, per arrivarci è meglio passare nella collina. I trasporti pubblici prevedono infatti una serie di funicolari e –attenzione- anche alcuni splendidi e vecchissimi ASCENSORI in legno.
Da via Balbi si percorre la galleria Garibaldi, e, una volta arrivati a metà, si entra in un corridoio laterale.
Alla fine del corridoio, due ascensori. Si timbra il biglietto dell’autobus, perché in fondo si sta per prendere un normale mezzo pubblico, e ci si siede sulle panchine in legno.
Dopo due minuti si è in collina, nella parte bassa che sta sotto Corso Firenze.
Usciti dalla stazione dell’ascensore e fatti pochi passi, la città si stende davanti a te.
E’ una meraviglia senza pari.
I carruggi minuscoli visti dall’alto, e poi San Lorenzo e Palazzo Ducale, e il porto poco più in giù.
C’è una leggera brezza, e quella nebbiolina iridescente che sale dal mare quando lo si osserva in controluce. Il sole abbaglia.
Quarto è laggiù, qualche chilometro a sinistra di molti anni fa. Nelle giornate di vento si sente l’eco lontano dei Mille, che il 5 maggio del 1860 salparono da qui verso l’Italia ancora da fare.
Genova, le tue strade antiche, che nulla c’entravano col G8, eppure in quel luglio indomito e maledetto sono state violentate da più parti.
Genova e il fornaio del porto antico, che oggi quassù al belvedere ti sei portato un pezzo della sua Recco e ti senti un re.
Genova io laggiù sento Fabrizio cantare, perché da qui si scorge via del Campo.
Superba tu lo sai che, in ogni caso, le mie radici sono qui e io non me lo dimentico.
E il sole tramonta, su questa città.
Chissà dove sei, Cristoforo, partito da una Genova di mille mesi fa, per partire ancora una volta dal Portogallo alla volta delle tue Indie, e morto senza che qualcuno ti dicesse che invece avevi scoperto l’America.
Il sole tramonta, Genova.
E in via del Campo c’è una puttana.
Gli occhi grandi color di foglia. Se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano.
Per votare questo racconto scrivi: ai laic it
Per partecipare: leggi ccuà
La mia città è Genova, repubblica marinara.
Se Venezia era “La Serenissima”, Genova era invece “La Superba”, perché superba e fiera è la sua bellezza, nascosta agli occhi di chi non sa guardare.
Genova si srotola per quarantatrè chilometri, stretti tra il mare e la collina.
A Genova c’è poco spazio, però il suo centro storico è il più esteso d’Europa.
Il posto più bello di Genova si chiama Belvedere di Montaldo, e sta sulla collina che domina il porto. Dato che le strade sono salite e discese, e che le poche in piano sono trafficatissime, per arrivarci è meglio passare nella collina. I trasporti pubblici prevedono infatti una serie di funicolari e –attenzione- anche alcuni splendidi e vecchissimi ASCENSORI in legno.
Da via Balbi si percorre la galleria Garibaldi, e, una volta arrivati a metà, si entra in un corridoio laterale.
Alla fine del corridoio, due ascensori. Si timbra il biglietto dell’autobus, perché in fondo si sta per prendere un normale mezzo pubblico, e ci si siede sulle panchine in legno.
Dopo due minuti si è in collina, nella parte bassa che sta sotto Corso Firenze.
Usciti dalla stazione dell’ascensore e fatti pochi passi, la città si stende davanti a te.
E’ una meraviglia senza pari.
I carruggi minuscoli visti dall’alto, e poi San Lorenzo e Palazzo Ducale, e il porto poco più in giù.
C’è una leggera brezza, e quella nebbiolina iridescente che sale dal mare quando lo si osserva in controluce. Il sole abbaglia.
Quarto è laggiù, qualche chilometro a sinistra di molti anni fa. Nelle giornate di vento si sente l’eco lontano dei Mille, che il 5 maggio del 1860 salparono da qui verso l’Italia ancora da fare.
Genova, le tue strade antiche, che nulla c’entravano col G8, eppure in quel luglio indomito e maledetto sono state violentate da più parti.
Genova e il fornaio del porto antico, che oggi quassù al belvedere ti sei portato un pezzo della sua Recco e ti senti un re.
Genova io laggiù sento Fabrizio cantare, perché da qui si scorge via del Campo.
Superba tu lo sai che, in ogni caso, le mie radici sono qui e io non me lo dimentico.
E il sole tramonta, su questa città.
Chissà dove sei, Cristoforo, partito da una Genova di mille mesi fa, per partire ancora una volta dal Portogallo alla volta delle tue Indie, e morto senza che qualcuno ti dicesse che invece avevi scoperto l’America.
Il sole tramonta, Genova.
E in via del Campo c’è una puttana.
Gli occhi grandi color di foglia. Se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano.
Per votare questo racconto scrivi: ai laic it
Per partecipare: leggi ccuà






